In mezzo a tante schifezze scritte in primis dagli sciachimisti, su quanto avvenuto ad Haiti, ho scorto un barlume di ragionevolezza e consapevolezza nel consueto articolo di fondo che La Stampa di Torino affida a Massimo Gramellini.
Gramellini è uno dei pochi giornalisti che ancora riesce a riconciliarmi con la categoria. Questo non è un articolo politicamente corretto.
In fondo il terremoto ha regalato a molti haitiani una morte migliore della vita che li aspettava. Ma c'è voluta la morte perché molti si accorgessero della loro vita.
Scossa di coscienza
Sconvolto dagli effetti apocalittici del terremoto di Haiti, sono andato in cerca di informazioni per scoprire com'era la vita nell'isola, fino all'altro ieri. Ho appreso che l'ottanta per cento degli haitiani vive (viveva) con meno di un dollaro al giorno. Che il novanta per cento abita (abitava) in baracche senza acqua potabile né elettricità. Che l'aspettativa di vita è (era) di 50 anni. Che un bambino su tre non raggiunge (raggiungeva) i 5 anni. E che, degli altri due, uno ha (aveva) la certezza pressoché assoluta di essere venduto come schiavo.
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